Si è svolto a Roma, dal 21 al 23 giugno, il convegno dell’ACRU (Associazione Collegi e Residenze Universitarie), rivolto a direttori ed educatori impegni nel servizio di accoglienza di giovani in molteplici in strutture ubicate in molteplici città universitarie. È stata un’esperienza di amicizia, anzitutto, segnata da un clima piacevole, accogliente e semplice. Questo almeno è stato per me. Momenti di riflessione, di preghiera, di convivialità e di arte hanno segnato il nostro percorso, dal titolo: Compagni di viaggio, testimoni di un Incontro. Prendersi a cuore la vita di tutti”.

Questo primo appuntamento di formazione che ACRU rivolge a direttori e ad educatori è stato centrato sulla figura dell’educatore e sull’intensionalità educativa.

L’avvio dei lavori ha avuto luogo con il saluto di Mons. Giuliodori, assistente spirituali dell’Università Cattolica, che con paterna sollecitudine segue e sostiene le iniziative di ACRU. Papa Francesco – ha detto Mons. Giuliodori – sollecita la pastorale giovanile a divenire sempre più abile ad incontrare i giovani laddove essi vivono, in un tempo in cui i ragazzi e le ragazze con facilità perdono il contatto con la Chiesa. Le Università cattoliche sono chiamate a essere luogo di intercettazione dei giovani. I nostri collegi sono luoghi dove ci mettiamo in cammino insieme ai nostri giorni, per ascoltare le istanze che si portano dentro ed accompagnarli a scoprire la vocazione a cui il Signore li chiama. Il servizio delle residenze universitarie è un tassello importante della pastorale universitaria.

 

Ha fatto seguito l’intervento di don Armando Matteo, di cui proponiamo una sintesi.

Professore di Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma, con una ricca esperienza di studente presso uno dei collegi dell’Università Cattolica, don Armando ha proposto una riflessione, acuta e stimolante, sul profilo dell’educatore a partire da uno sguardo sui nostri tempi, a partire da una citazione di Gustavo Zagrebelskj, il quale, in Senza adulti, si chiede: “dove sono gli uomini e le donne adulte?”. La mancanza di adulti è una costatazione, afferma don Armando. Assistiamo a un processo di “degiovanimento” e allo spostamento del compimento dell’umano, non più identificato con l’età adulta, intesa come quel tempo della vita in cui si è capaci di dimenticarsi di sé per far felici gli altri.

L’adulto è colui che investe i propri talenti per far crescere l’altro, come attestato dalla Scrittura – «c’è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35) – ma anche dalla nostra esperienza concreta. L’adulto è colui che è passato dalla domanda “chi sono io?” alla domanda “Per chi vivo io?”.

Dopo la Seconda Guerra mondiale si è diffusa l’idea secondo cui la forma compiuta dell’essere umano non è nella fase adulta della vita, ma nella giovinezza. Papa Francesco in Christus vivit, al n. 182, parla di «adorazione della giovinezza».

I 31 milioni di adulti italiani hanno smesso di essere riferimento per i giovani. Oggi l’adulto è felice di essere al mondo nella misura in cui è in grado di offrire le sue performance. Il senso dell’umano trova espressione nel farmaco più conosciuto oggi al mondo, il viagra, il farmaco che promette la possibilità di essere sempre all’altezza.

Il processo che ha condotto a questo cambiamento culturale ha avuto inizio nel secondo dopoguerra, in cui si sono verificate delle trasformazioni incredibili, in pochissimi decenni:

  • longevità. Dopo la seconda guerra mondiale le generazioni hanno conquistato trenta anni di vita (la prospettiva di vita per un uomo era intorno ai 55 anni). Nel 1989, quando nasce l’ente da cui è nato l’odierno Inps, avevano previsto di dare le pensioni dal compimento dei 65 anni di età. La pensione era pertanto concepita per le vedove, dato che le donne erano più longeve. La morte prematura degli uomini, inoltre, era motivo di stabilità dei matrimoni. La nostra specie non era preparata ad avere così tanti anziani e così tanti in salute. Un settantenne di oggi è paragonabile a un cinquantenne degli anni 80.
  • aumento del benessere. Siamo le generazioni più ricche della storia. Da un punto di vista simbolico è significativo: ciò che distingue un adulto da un giovane è solo un reddito maggiore.
  • maggiore disponibilità di tempo per sé stessi. La lavatrice ha donato 90 minuti di tempo al giorno alle donne, che per la prima volta dispongono di tempo per sé. Dal 1957 in Italia viene resa obbligatoria la frequenza della scuola fino alle medie. C’è un nuovo vigore nell’universo femminile. Nel 1960 viene inventata la pillola, che permette alle donne una riconciliazione con il sesso.

Tutto questo è esaltante, e va anche salutato con una certa empatia, ma produce una radicale trasformazione dell’essere adulti. Alcuni esempi? In Italia si spendono 30 milioni l’anno per evitare la caduta dei capelli, anche se è ben noto che nessuna tecnica si è dimostrata risolutiva.  Siamo il paese più medicalizzato del mondo, ma abbiamo anche i bambini più obesi di Europa. Il motivo è dato dal fatto che i genitori non riescono a vedere l’aumento del peso del figlio. Questo è cambiato: il modo di vedere il piccolo, ritenuto capace di scegliere autonomamente, a partire dalle scelte alimentari, che di certo sono più dettate dal gusto che dalla correttezza. È cambiato il modo di concepire la vecchiaia: un’indagine rileva che si ci ritiene anziani a 83 anni, mentre l’aspettativa media di vita è di 82, 6 anni (!). In ultimo, grazie alla maggiore longevità e al benessere che sperimentiamo in questo mondo, è venuto meno il senso della morte: a Roma, ad esempio, non si usa più affiggere i manifesti funebri.

Cambiando il modo di concepire la vita, cambia anche il modo di pensare l’educazione. Nel momento in cui l’adulto non si legge più in chiave vocazionale, l’educazione va riscritta: avendo assolutizzato la giovinezza come il senso della vita, cambia il modo in cui i genitori interpretano l’essere del figlio e come il figlio percepisce, di conseguenza, la propria identità.

I nati tra il ‘46 e l’80 hanno un rapporto straordinario con questa vita. Siamo la risposta all’invito di Nietszche: “Fratelli, siate fedeli a questa terra!”. È successo che tutto il senso positivo della vecchiaia l’abbiamo trasportato sui bambini, che diventa l’esperienza dell’umano compiuto. Bambino viene da babbeo, infante, minore,… il bambino è l’essere precocemente competente. Non è più l’essere che ha bisogno di tante sollecitazioni, sostegno, e anche di qualcuno che gli faccia da specchio. È un umano più piccolo, ma un umano completo.

Al bambino vengono riconosciute la capacità di intendere, che il Catechismo della Chiesa Cattolica riconosce invece dai 7 anni. In Svizzera c’è un’azienda che chiede 26 mila euro per fare un’indagine per scoprire il nome giusto del bambino (cf. Genitori elicottero), perché si ritiene che un bambino nasca già completo, per cui il nome deve rispecchiare l’essere già compiuto che il neonato è.

Questo cambiamento rende inutile l’educazione. L’unica educazione necessaria si ritiene debba preservare ciò che il piccolo è. Anche le dinamiche intra-familiari vengono rese superflue, come del resto anche quelle extra-familiari, come la scuola, in cui il ruolo delle maestre è spesso squalificato. La partecipazione al mondo scolastico, sportivo e parrocchiale diventa l’occasione per esibire il “piccolo messia”. Tutte le istituzioni si trovano in una paralisi pazzesca.

Questo produce un’immagine sfasata del soggetto giovane. Oggi siamo nell’epoca nel narcisismo. Non deve sorprenderci, se già prima di venire al mondo i figli sono trattati da divinità. Tutto questo si trasforma in una vulnerabilità, un azzeramento della capacità del soggetto, e dall’altra ad una permalosità che arriva al patologico. Dietro tutto questo c’è un’origine perversa (cf. autori del calibro di Andreoli, Recalcati, Risé, …).

Le doti straordinarie riconosciute nel figlio diventano per i genitori una giustificazione per dedicarsi ad altro. Questo è il limite più grande e delicato dell’attuale modo di essere genitori. Questo fenomeno comporta un processo di handicappazione dei figli, che è riflesso del desiderio di immortalità degli adulti. Per non invecchiare, gli altri devono aver bisogno di me. Come si fa ad essere educatore in questo contesto?

È necessario recuperare i tratti fondamentali di un educatore:

1) è ponte tra il mondo e i figli. Far uscire il giovane dal mondo che si è creato, inevitabilmente, per fare da ponte verso il mondo così come è. Rispetto al mondo ciascuno di noi è una “capra”. Non c’è nulla di più salvifico che riconoscere che difronte alla complessità della vita siamo “capre”, come direbbe Sgarbi. Ricordiamo l’insegnamento di Tagore: “i tuoi figli non sono figli tuoi”, sono del mondo, per il mondo.

2) è un allenatore. L’educatore deve esser capace di vivere la conflittualità, che nasce ogni volta che si mette in atto in processo educativo. Questo si muove verso una duplice direzione: voler bene e volere il bene. Per voler il bene dell’altro a volte bisogna andare contro l’altro e questo atteggiamento tante volte può essere frainteso come mancanza di affetto verso l’educato. Diversamente da come pensano tanti, il quarto comandamento non è “ama mamma e papà”, ma “onora il padre e la madre”, cioè “riconosci il peso dei tuoi genitori”. L’educatore non ambisce ad essere amato, ma a ricevere anzitutto il rispetto, da parte degli educandi, il loro onore, per evocare il linguaggio biblico del quarto comandamento.

3) è un poeta. Aiuta il giovane a porsi la domanda: “ma è vero che il tutto di noi è qui?”. L’educatore aiuta a comprendere che non siamo solo quello che di noi mostriamo. C’è in noi uno spazio che nei documenti di Concilio Vaticano II è chiamato “sacrario”. Educare significa aiutare a vedere ciò che non si vede, mediante l’arte, la preghiera, il volontariato, la politica, …i giovani ci sono perché al mondo ancora manca qualcosa, che solo loro possono dare. Più aiutiamo i giovani a prendere consapevolezza di ciò che manca dentro di loro, più li prepariamo a dare al mondo quello che ancora gli manca.