Relazione del Prof. Pierpaolo Triani, Docente di Pedagogia presso l’Università degli Studi di Bologna, all’ultimo Convegno organizzato dall’ACRU (Associazione Collegi e Residenze Universitarie), tenutosi a Milano il 9-10 ottobre 2015.

La ricchezza di questo contributo merita di essere condivisa, pertanto ne riportiamo i passaggi più salienti.

L’intervento del prof. Triani si inserisce all’interno dell’orizzonte tematico di questo Convegno “Abitare le relazioni”. In che modo oggi i collegi universitari, nella loro peculiarità di ambiente di coabitazione e di formazione, possono essere dispositivi formativi per aiutare le persone a crescere nella loro dimensione relazionale? In che modo i collegi possono aiutare ad abitare le relazioni e concorrere così alla formazione dell’autenticità dell’uomo?

Nel formulare una risposta, il professore ha articolato la sua riflessione intorno a quattro passaggi:

  1. L’apparente immediatezza e, invece, la reale complessità della dimensione relazionale. Quando parliamo di relazione ci sembra qualcosa di immediato mentre quando la abitiamo risulta complessa.
  2. La centralità oggi data dalla nostra cultura e dall’esperienza delle nuove generazioni al valore delle relazioni – e soprattutto a quelle che alcuni studiosi chiamano relazioni “calde”, affettivamente coinvolgenti – e, di contro, il rischio delle interpretazioni riduzionistiche della relazionalità
  3. Le potenzialità formative dei collegi in ordine alla relazionalità
  4. Le strade formative che i collegi hanno già in ordine alla cura della relazionalità, che però, come tutte le strade formative, richiede una rinnovata intenzione e una rinnovata intenzionalità pedagogica. Questa è sempre la questione dell’educazione, che non è meccanica, e perciò è irriproducibile senza gli uomini. Tutte le volte che dobbiamo metterla in atto richiede di agire con attenzione e con intenzionalità.

 

L’apparente immediatezza e, invece, la reale complessità della dimensione relazionale

Le interazioni, i rapporti tra gli uomini, sono un fattore non solo portante, ma un fattore potente. I rapporti tra gli uomini condizionano tantissimo. Se si conducono due persone insieme in una stanza, certamente dopo un po’ accadrà qualcosa. Non è detto che accada qualcosa di positivo, ma certamente le persone non si ignorano. Anche se si ignorassero, sceglieranno di ignorarsi. Il rapporto tra le persone è anzitutto portante, perché i cuccioli di uomo vivono se non grazie ai rapporti umani e progressivamente ciascuno di noi vive in autenticità solo grazie alle relazioni con altre persone. Ma non sono solo un fattore portante, ma un fattore potente, cioè che condiziona la vita delle persone. Questo è il primo dato empirico, che appartiene alla vita. E infatti tutta la dimensione sociale degli uomini è il tentativo di valorizzare e regolare questo fattore portante. Fin dall’origine è un fattore di generatività della vita o di distruttività della vita. Il racconto biblico sull’origine vita degli uomini ci dice esattamente questo, come cioè il rapporto tra gli uomini sia un fattore generativo e al contempo distruttivo della vita. ‘Rapporto’ tra gli uomini, e non ‘relazione’. La relazione umana in senso proprio non è il primo gradino del rapporto tra gli uomini. La dinamica relazionale è un processo aperto.

  • Contatto. All’inizio, dal punto di vista empirico, non sta la relazione, ma un rapporto, un contatto, che è il primo livello, in cui gli uomini si scambiano informazioni. Ma noi uomini non ci accontentiamo di quello scambio informativo, che la pragmatica della comunicazione umana ha elaborato come primo assioma della comunicazione: non si può non comunicare. Non ci accontentiamo di questo.
  • Interazione. La dimensione relazionale ha anche un secondo livello, che alcuni chiamano il livello della interazione. Gli uomini non si accontentano di scambiarsi informazioni, ma si attribuiscono reciprocamente un ruolo nell’interazione.
  • Transazione. Gli umani elaborano anche delle transazioni, si scambiano delle cose, dei servizi, degli oggetti. È quello che avviene nella vita quotidiana, facendo la spesa, ad esempio. Per molte persone il rapporto con altri si ferma qui.
  • Relazione. Gli umani sono fatti però in modo tale che aspirano a qualcos’altro, dove non c’è più solo uno scambio di oggetti ma di legami. Noi umani siamo talmente portati a questa dimensione che a volte riteniamo sufficienti le transazioni per considerare quel rapporto una relazione. L’esempio più evidente è la vacanza con altre persone: in un gruppo di amici in cui avvengono per un certo tempo continue transazioni è talmente forte l’idea di aver costruito delle relazioni con quelle persone che quando ci si saluta si pensa: “non ci dimenticheremo mai”. Poi spesso avviene che i rapporti si raffreddano. Però quello che qui ci interessa è notare che il desiderio che le transazioni diventino qualcosa di più forte è molto forte negli uomini.

La dimensione relazionale è graduale e possiamo leggere la vita dei collegi come questo processo, che porta dallo scambio di informazioni fino alla relazione, e come con alcune persone lo scambio relazionale sarà più forte. Con altri sarà semplicemente un’appartenenza più ampia, che è di più di una transazione, ma che non è una relazione elettiva. La dimensione relazionale è un processo. Ci vuole il tempo.

C’è poi un secondo aspetto: non solo a dire relazione si fa presto (mentre serve tempo), ma lo si dice con troppa facilità. La dimensione relazione come fatto peculiarmente umano è un processo faticoso. La comunicazione umana è sottoposta a degli scacchi, cioè a un processo faticoso. Il che è importante assumerlo come consapevolezza, perché l’esperienza dei collegi dice la bellezza delle relazioni, ma anche la fatica. Il filosofo Mounier a tal proposito afferma:

  • C’è sempre negli altri qualcosa che sfugge al nostro più volenteroso sforzo di comunicazione. L’altro è sempre una resistenza anche alla comunicazione.
  • C’è qualcosa dentro di noi che resiste intimamente allo sforzo di reciprocità.
  • La nostra stessa esistenza non è priva di un’irriducibile opacità. Come essere umani non possiamo essere completamente trasparenti all’altro.
  • Quando abbiamo costituito un’alleanza di reciprocità (famiglia, Patria, istituzione religiosa, collegio, …) questa alleanza alimenta ben presto un nuovo egocentrismo e innalza così un nuovo ostacolo tra uomo e uomo. Anche quando noi usciamo da noi stessi e costituiamo un’alleanza, quella stessa alleanza è sottoposta allo scacco e quindi ci possiamo chiudere. La stessa dimensione relazione è dinamica di apertura, ma può diventare dinamica di chiusura, perché il processo relazionale è una fatica verso l’altro, oltre che un desiderio sempre aperto. Allora per affrontare anche le fatiche delle relazionalità lo stesso Mounier ci ricorda i fondamentali per una relazione autentica:
    • Uscire da sé. Comunicare significa esprimere sé, ma relazionarsi vuol dire uscire da sé. La comunicazione può essere semplicemente un’espansione dell’io. È ciò che avviene in chi parla senza ascoltare, senza lasciare lo spazio all’altro. Relazionarsi è uscire da sé, fondamento della relazionalità.
    • Comprendere. Mounier individua questo secondo passaggio quando il soggetto cessa di porsi dal proprio punto di vista per mettersi dal punto di vista dell’altro. La relazionalità avviene quando c’è questo secondo elemento, che è lo sforzo della comprensione.
    • Prendere su di sé, assumere. È assumere il destino, la gioia, la sofferenza, il dovere degli altri.
    • Dare. La forza vitale dello slancio personale non è rivendicazione (individualismo, né lotta all’ultimo sangue) ma generosità e gratuità. L’economia della persona è un’economia di dono, non di compensazione o di calcolo. Se il collegio è esperienza di altra qualità umana, perché centrato sulla persona, l’economia della persona non è un’economia di calcolo ma un’economia del dare.
    • Essere fedeli. La relazione umana si basa sul principio della fedeltà. L’avventura della persona è un’avventura continua, dalla nascita alla morte. La fedeltà alla persona (nell’amore, nell’amicizia, …) è allora possibile solo nella continuità.

Centralità e riduzionismi della relazione

È necessario riconoscere le risorse relazionali che l’attuale contesto offre, ma anche riconoscere i rischi di riduzionismo, che provengono non tanto dal contesto attuale quanto dal cuore dell’uomo, poiché appartengono al soggetto umano in quanto tale.

Una prima grande risorsa del nostro tempo sta nel fatto che le nuove generazioni vivono il contatto, la connessione, come una nuova dimensione esistenziale. I nuovi strumenti di comunicazione hanno enfatizzato un bisogno fondamentale, che è il bisogno di esprimere a qualcun altro ciò che si sta vivendo, di sentirsi in rapporto con qualcun altro. Sentirsi sé stessi ma dentro una rete, in relazione. Non è un aspetto negativo questo, è un dato di fatto che costituisce una risorsa importante.

Collegato a questo, c’è un altro dato: il permanere della domanda di relazione nonostante la rete di connessioni in cui si è immersi. Ci sono delle pagine importanti nella traccia del Convegno ecclesiale di Firenze. Nel capitolo intitolato “Riconoscersi figli” si legge così:

“La vita, con le sue fatiche e le sue contraddizioni, se ascoltata fino in fondo, lascia trasparire un desiderio e una capacità di relazione e di comunione. Se provassimo a chiederci onestamente che cosa cerchiamo, scopriremo, forse con sorpresa, un desiderio di comunione al fondo di tutto ciò che siamo e facciamo”.

Il cuore dell’uomo è abitato non solo da una tensione alla relazione, ma anche da un desiderio di una relazione piena, da un desiderio di comunione. Certo che oggi questa domanda di relazione si traduce a volte in una ricerca di comunità, che Bauman – nel suo volume “Voglia di comunità” – chiama estetiche o chiuse.  Le risorse del nostro tempo, ovvero la spinta e la capacità di costruire relazioni e la voglia di comunità, si scontrano con alcuni riduzionismi, quali:

        • la confusione tra contatto e relazione
        • l’enfasi attribuita allo spontaneismo della relazione. Ciò che è spontaneo in noi è mettersi in contatto, ciò che non è spontaneo è stare dentro la relazione, perché chiede la scelta di starci, l’assunzione dei significati che comporta. Ma noi invece oggi tendiamo a un’enfasi attribuita allo spontaneismo della relazione, a un’enfasi delle emozioni che la relazione procura. La relazione non è semplicemente il sentirsi, ma il costruire.
        • la curvatura sull’io della dinamica relazionale, dove la relazione serve ad espandere il proprio io e non a realizzarsi nel rapporto. In questo anche le nuove tecnologie sono ambivalenti, come tutte le cose umane, perché permettono di uscire da sé ma anche solo di espandere il proprio io.
  • da un lato il desiderio di relazione, dall’altro il sospetto iniziale sulle istituzioni e le organizzazioni, come limite alla relazionalità. Quando poi ci si ritrova dentro una dinamica istituzionale si scopre che non è come viene da immaginarsi, ma piuttosto il contrario: si scopre che le istituzioni e le organizzazioni sono non la negazione, ma piuttosto il potenziamento della relazionalità. Ne è prova il fatto che quando a un ragazzo viene proposto di andare a vivere in un collegio la risposta spesso è “sei matto?”, perché la realtà del collegio è percepita come limitazione alla relazionalità. Questa falsata percezione si inserisce dentro una crisi più forte di fiducia delle nuove generazioni verso le Istituzioni e le dimensioni organizzative. La relazione io-tu è ritenuta la verità, che si immagina non emerga attraverso la mediazione delle istituzioni, verso cui si avverte un certo sospetto.
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Le potenzialità formative del Collegio

Abitare significa anzitutto ‘stare dentro’. Abitare le relazioni significa passare progressivamente dal contatto alla relazione. Il collegio come esperienza che permette al singolo di non fuggire dalla complessità della relazione, perché l’altro è piacevole quando “lo sento”, ma quando lo vedo e ci convivo risulta meno piacevole. Del resto, è così anche in famiglia. A questo proposito Chesterton ha scritto delle pagine straordinarie, in cui riconosce l’importanza della famiglia proprio perché non sempre è un luogo segnato dalla tranquillità e dalla pace. È il luogo che abilita alle relazioni, nel senso che permette al singolo di stare dentro la complessità delle relazioni. Il collegio allora permette di abitare le relazioni, e quindi di conoscerne la complessità. Per questo è un’esperienza formativa straordinaria, perché chi esce positivamente da un peridio vissuto in collegio non è estraneo alla dinamica relazionale dell’uomo, ma ne conosce tutte le facce: la faccia dell’amicizia e la faccia del parlare dietro; la faccia del conflitto e la faccia della gioia di incontrarsi. La positività e la fatica dello starci. Questo significa abitare le relazioni: ‘starci dentro’, non fuggirne.

L’altro senso in cui intendere “abitare le relazioni” è acquisire l’abitudine. Abitare deriva da abeo, avere il possesso, acquisire l’abitudine alla relazionalità. Nessun corso ci insegna la relazionalità, ma la vita stessa della relazionalità. Il collegio è un dispositivo straordinario per costruire un’abitudine, per formare un’abitus relazionale. Ecco quali possono essere le potenzialità formative molto forti del collegio:

  • L’esperienza dei collegi è un ampliamento della dimensione relazionale del soggetto, un ampliamento dell’orizzonte esistenziale, dei rapporti, delle aree relazionali del singolo.
  • Trasformazione. Avviene una trasformazione anche nel modo di relazionarsi, perché il collegio permette di uscire dallo schema padre/madre/genitore e figlio o amico/gruppo di amici.
  • L’esperienza del collegio trasforma, ad esempio, la relazione con la figura adulta, perché nel collegio lo studente non è il figlio che si rapporta con un genitore, ma un adulto che si rapporta con un altro adulto, che ha un ruolo diverso rispetto al suo. La trasformazione dentro una simmetria di ruoli è più forte, e quindi c’è una trasformazione, che poi comporta una serie di azioni di responsabilizzazioni.
  • Approfondimento. Il collegio può permettere di approfondire alcune relazioni con gli altri, di non stare in superficie, ma anche la relazione con sé stessi e la relazione con il mondo, con la vita spirituale e il mistero di Dio, che fonda la vita.
  • Assunzione. Il collegio permette inoltre alle persone di assumersi la responsabilità della relazione con l’altro, e quindi della cura dell’altro, del bene comune, di una diversa cura di sé stessi.

Con alcuni ragazzi si arriva soltanto all’ampliamento, ma l’attenzione educativa non può che tendere a tutte le potenzialità formative del collegio. È necessario poi fare attenzione anche ad un ultimo aspetto, che è il mantenimento delle relazioni che ti hanno sostenuto fino a quel punto. I collegi sono tenuti pertanto a favorito il mantenimento delle relazioni dei singoli studenti precedentemente stabilite.

Le strade a disposizione di un collegio per valorizzare la dimensione relazionale

  • Avere a cuore la qualità accogliente e personalizzante dell’ambiente di vita. Noi siamo plasmati dalla qualità umana degli ambienti e dalla qualità personalizzante degli ambienti, cioè dalla capacità di generare continuamente la persona.
  • Promuovere un modo diverso di relazione tra gli studenti e gli altri adulti. Di non stare allo schema di genitori/figli o amici. Questa è un’esperienza importante per conoscere che esistono diversi tipi di relazioni tra adulti, che non è semplicemente docente/studenti come all’Università necessariamente avviene, ma quella di un collegio è una comunità che cresce insieme, comunità di adulti che, con ruoli diversi, si educano reciprocamente. P. Agostino Gemelli (fondatore della Università Cattolica, concepita in modo integrato con i collegi) usava un linguaggio di padre, ma secondo una paternità spirituale, molto diversa da una genitorialità naturale.
  • Promuovere nei collegi l’integrazione tra il formare e l’informare; tra la comunità più vasta e i legami caldi che si costruiscono. Il collegio non può essere uniformemente relazionale, perché la vita è più grande e non si basa unicamente sulla regolazione. Allora è necessaria un’integrazione tra i momenti formali e quelli informali; tra il curare l’appartenenza e il lasciare la libertà della costruzione degli interessi e delle relazioni elettive che si costruiscono spontaneamente.
  • Sollecitare l’interesse verso l’altro. Tirare fuori costantemente l’interesse verso l’altro e all’insieme della vita del collegio.
  • Promuovere l’assunzione di decisione e di impegni.
  • Accompagnare. Plasmare la relazionalità comporta che le persone si possano sentire accompagnate.

I giovani dei collegi non sono soltanto i destinatari, ma la risorsa per l’Università, la risorsa per il collegio. L’idea del collegio come comunità di risorse diventa molto importante per il collegio stesso, per evitare il rischio di diventare una comunità relazionale efficace ma chiusa al suo interno.